Il Gruppo 7, il M.I.A.R. e il manifesto del Razionalismo italiano

Nel 1926 un gruppo di architetti provenienti dal Politecnico di Milano Luigi Figini, Gino Pollini, Guido Frette, Sebastiano Larco Silva, Carlo Enrico Rava, Giuseppe Terragni e Ubaldo Castagnoli, sostituito l’anno dopo da Adalberto Libera, formarono il “Gruppo 7”, che aderirà al MIAR (Movimento italiano per l’architettura razionale) nel 1928.

Il gruppo iniziò a farsi conoscere con una serie di articoli apparsi sulla rivista Rassegna Italiana e proprio su quella rivista, nel dicembre del 1926, il “Gruppo 7” rese noti al pubblico i nuovi principi per l’architettura, che si rifanno a quel Movimento Moderno che ormai è in crescita in tutta Europa. Il gruppo tuttavia mostrava molta attenzione al Deutscher Werkbund e ai costruttivisti russi, mentre prendeva le distanze dai futuristi. Su di loro inoltre esercitò una grande influenza il libro di Le Corbusier del 1923 Vers une architecture.[2]

La giusta occasione per mettere in evidenza i loro primi risultati fu quella della “Prima Esposizione italiana di Architettura Razionale” che ebbe luogo a Roma nel 1928 su iniziativa del gruppo stesso. Ma già nella III Biennale di Monza del 1927 Terragni aveva avuto modo di presentare le sue prime opere.

Giuseppe Terragni
Casa del Fascio, Como
Terragni diede un chiaro esempio delle sintesi elaborate in questo contesto nella casa del Fascio di Como del 1932-1936, dove la facciata è disegnata secondo le proporzioni della sezione aurea e nel contempo forme e strutture moderne si fondono con un impianto volumetrico e un equilibrio dello spazio architettonico classici. Nel 1938 realizzò la Casa del Fascio anche a Lissone, in Brianza, poi chiamata in suo onore palazzo Terragni. Ma soprattutto nella Casa del Fascio di Como si può, secondo Ignazio Gardella, riconoscere il carattere originale del movimento moderno italiano. È quindi il momento della classicità che lo distingue dal movimento moderno internazionale che aveva fatto da madre per il Razionalismo italiano: “il carattere della classicità, intesa non come riferimento mimetico a un determinato periodo storico, rinascimentale o altro, ma una classicità in senso atemporale, come la volontà di cercare un ordine, una misura, una modulazione che rendano le forme architettoniche chiaramente percettibili alla luce del sole e coerenti tra loro, cioè parti di una stessa unità.”

Nel 1930 fu la volta di Figini e Pollini, che alla IV Triennale di Milano presentarono la Casa elettrica. Altri giovani architetti – come Giovanni Michelucci e Giuseppe Pagano – aderirono al MIAR e ne furono sostenitori convinti; in breve vi furono quasi 50 adesioni di architetti provenienti da varie regioni italiane.

All’esposizione del 1931 a Roma l’impatto fu molto forte e apparve subito chiaro che le opere razionaliste mal si adattavano a un regime autoritario. Le polemiche che ne nacquero con i sostenitori della vecchia “accademia”, che poi erano la maggioranza, generarono molte defezioni nel MIAR, tanto che nel dicembre del 1932 il suo segretario Libera fu costretto a sciogliere il movimento.[4]

Da quel momento gli architetti razionalisti lavorarono in un ambito più ristretto, comunque riuscendo a portare avanti varie realizzazioni anche in ambito pubblico.

Nell’ambito milanese, grazie alla rivista Casabella – Costruzioni diretta negli anni quaranta da Giuseppe Pagano (architetto) e da Giancarlo Palanti venivano indicati, nel celebre articolo Intervallo ottimista di Raffaello Giolli[5], a testimonianza dell’importanza della scuola milanese, Gianni Albricci, Achille e Piergiacomo Castiglioni, Mario Tevarotto, Enea Manfredini[6], Anna Ferrieri, Luciano Canella, Mario Righini, Augusto Magnaghi, Mario Terzaghi, Vittorio Gandolfi, Marco Zanuso, Renato Radici quali giovani architetti razionalisti.